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‘GNEDDU

SINOSSI: Rocco, un ragazzino di 14 anni, scappa dalla sua famiglia e da un destino segnato nella ‘Ndrangheta. Vaga nei boschi dell’ Aspromonte in cerca di un rifugio e qui incontra Giuseppe, anche lui figlio di un boss. E’ un uomo segnato, stanco delle catene di morti generate da una guerra infinita che gli ha portato via il padre e che ora lo inchioda in quel nascondiglio. Ma l’arrivo di quel ragazzino porta con sé l’odore del sangue misto al sapore della vendetta, e ogni parvenza di riscatto finirà per svanire.

Non volevo cadere nel tranello imposto dalle convenzioni che il pubblico si aspetta da un film sulla malavita. Desideravo mostrare un altro lato della Calabria, quello fatto da paesaggi mozzafiato e da brava gente che ama la sua terra e chiunque voglia conoscerla veramente. Per questo motivo ho concentrato la regia su tre argomenti: spiritualità, purgatorio e comunione. Soprattutto desideravo condurre lo spettatore a una riflessione, trattarlo come spettatore attivo, stuzzicare la sua curiosità e sensibilità. Proporgli un’altra via. Primo elemento su cui ho basato la regia è la comunione tra la fede cristiana e una spiritualità legata alla natura per omaggiare il paesaggio meraviglioso della Calabria. Una comunione e non un contrasto, raccontata in particolar modo dall’immagine in cui il giovane Rocco recita una preghiera rivolta a Gesù e Maria ai piedi di un grande albero, immagine ispirata a L’angelus di Jean-François Millet. Il ragazzo è  al sicuro finché si trova da solo nel bosco perché a proteggerlo ci sono la fede e la sua terra. Secondo elemento è il purgatorio. Combattuti tra il proprio essere e gli obblighi di una famiglia nella quale non si riconoscono, i due protagonisti vivono un limbo interiore, un purgatorio dove le anime non hanno via d’uscita poiché imprigionate dal dubbio. C’è un suono che ritorna alternandosi tra i due, il rintocco di una campana, un suono che suggerisce silenziosamente allo spettatore la morte interiore dei due protagonisti. La loro situazione di stallo può proteggerli apparentemente ma in realtà impedisce ad entrambi di vivere. Questa loro condanna nel purgatorio è raccontato attraverso la fotografia: la nebbia da sempre simboleggia il passaggio tra i due mondi, gli stacchi netti che ci riportano continuamente i personaggi seduti, a volte anche successivamente per ricordare l’inerzia cui sono condannati. Il guardare altrove ma non poter andare avanti. Una coppia di innamorati che vagano nella nebbia tenendosi per mano (costumi ispirati al Bacio di  Francesco Hayez) suggerisce allo spettatore che forse non siamo nel mondo dei vivi e che Rocco si sia tolto la vita subito dopo essere scappato dalla sua festa di compleanno perché la morte appariva per lui l’unica via d’uscita da una vita che non sentiva sua. Sottotesti suggeriti per spronare la curiosità, la sensibilità e la fantasia dello spettatore. Terzo elemento è il tormento primitivo dell’animo umano: l’eterno conflitto tra ciò che si è e quello che vorrebbero i propri genitori. Per ottenere ciò, ho velatamente suggerito, che i due protagonisti, Rocco e Giuseppe, non sono altro che la stessa persona, diverse solamente per le scelte intraprese per compiere il loro destino. Una simbiosi che si incarna anche nella musica: un suono che ricorda il rintocco di una campana li lega a loro insaputa, il suono ridondante di anime sospese. Oppure nell’utilizzo del campo/controcampo di profilo, poiché entrambi nascondono qualcosa agli altri ma soprattutto a se stessi. L’unione dei due personaggi protagonisti viene raccontata anche attraverso una colpa di cui non hanno nessuna responsabilità. L’immagine del giovane Rocco, seduto sulla brandina, con alle spalle la foto del padre di Giuseppe appesa a una cordicella, ci anticipa il tragico destino del ragazzo. La stessa foto/colpa viene svelata sul finale, perché la morte del padre di Giuseppe condiziona il destino di entrambi. Una croce che non hanno scelto di portarsi sulle spalle e di cui devono continuamente discolparsi.  Nella penultima scena, dove Giuseppe fissa il fuoco del caminetto dando le spalle al giovane Rocco, ho voluto rafforzare questa loro dannata comunione. Le parole di Rocco “Comunque mi dispiace” vengono pronunciate quando il ragazzo è nascosto dal piano ravvicinato di Giuseppe: in realtà la voce di Rocco rispecchia il pensiero di Giuseppe, che in maniera vigliacca non guarda la sua futura vittima poiché ha già preso la decisione. È Giuseppe in realtà che si scusa per l’azione crudele che sta per compiere, perché Giuseppe non uccide Rocco perché vuole, ma perché deve. Alla fine la tentazione di assecondare il volere della famiglia ha il sopravvento sull’anima fragile di Giuseppe, consapevole nel contemplare il fuoco del camino che la sua anima brucerà all’inferno. 

Gneddu, vincitore del bando 2019 della Calabria Film Commission, è la storia di Rocco, un giovane ragazzo scappato dalla propria famiglia, con la quale non riesce ad identificarsi. Nel cast figurano Walter Cordopatri, Antonio Conti e l’esordiente Vicenzo Petullà. Scritto da Giulia Betti e Alice Gambara, ‘Gneddu è prodotto da Guasco – Cinema Editoria e Comunicazione.

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